Un’altra edizione si è conclusa il 2 maggio e il bilancio non può che essere positivo: ogni appuntamento ha registrato il tutto esaurito, con un pubblico partecipe, curioso e attento e ospiti di grande qualità che hanno arricchito il programma con la loro presenza e le loro parole.
Nel corso del mese di aprile abbiamo realizzato 13 incontri, a cominciare dal 2. E' stata un’impresa impegnativa, in rapporto a una struttura organizzativa piccola come la nostra.
Come accaduto finora in tutta la nostra storia, anche in questa occasione la rassegna si è svolta, anche attraverso la scelta degli ospiti, a cavallo tra Italia, Slovenia ed Est Europa.
Si è così riaffermata la convinta e convincente vocazione transfrontaliera, nonché l’impegno a considerare la cultura come lo strumento per eccellenza di unione, pace e amicizia tra popoli.
Gli scrittori intervenuti hanno espresso il loro apprezzamento per l’accoglienza ricevuta, per la qualità dell’organizzazione e per il calore del pubblico.
Molti di loro, soprattutto quelli non provenienti dal nostro territorio, hanno dichiarato la loro soddisfazione, sostenendo di non essere abituati a platee così numerose e partecipi.
Porteranno con sé un ricordo vivo di questa esperienza e la citeranno spesso nei loro tour nelle diverse regioni di tutta Italia, come pure nelle conversazioni con i responsabili delle case editrici nazionali. Sta di fatto che ormai Il libro delle 18.03 sia un nome riconosciuto e stimato nel panorama culturale nazionale e internazionale.
Come ormai accade da sei anni, l’incontro conclusivo è coinciso con la proclamazione del vincitore della sesta edizione del Premio letterario Frontiere di carta, dedicato alla memoria di Roberto Visintin e voluto dalla Fondazione che porta il suo nome, insieme all’Associazione culturale Apertamente.
Il premio è stato assegnato ad Andrea Cardoni per il libro La parte migliore del paese, nel quale l’autore, con un taglio sferzante e ironico, offre un vero e proprio catalogo di "buoni" e "meno buoni". E' un viaggio letterario tra le macerie della sanità pubblica e la crisi del volontariato, tra le pressioni di una vita ridotta a performance e il bisogno di approvazione che passa sui social network, tra la retorica dell’eroismo e la morale piegata all’entertainment.
Quella conclusiva è stata una bellissima mattinata, svoltasi nel Parco Mille luci del comune di Sagrado, che da sempre ospita l'appuntamento dedicato alla consegna del Premio.
In ogni incontro c'è stato lo spazio per il ringraziamento nei confronti di chi ci sostiene, qualcuno già dai primi passi della nostra avventura, iniziata nel 2008 all’interno della stazione ferroviaria di Gorizia. In essa, in occasione di questa appena conclusa edizione primaverile, siamo ritornati molto volentieri, grazie all’ospitalità degli amici dell’associazione ferroviaria che oggi la gestisce. L’intenzione, dichiarata, è quella di voler tornare a dare a quello spazio la funzione che nel passato le era stata riconosciuta proprio grazie alla nostra rassegna, quella cioè di essere Sala culturale all’interno della Stazione ferroviaria, che aveva ospitato in quel tempo i più conosciuti e affermati scrittori italiani.
Grazie all'impegno di tutti coloro che ci sostengono, possiamo continuare a offrire un prodotto culturale all’altezza delle aspettative del nostro pubblico e della critica.
Concludiamo questa edizione con gratitudine e orgoglio, pronti a guardare al futuro con rinnovata energia e con la consapevolezza che la cultura, anche in una piccola città di confine, può essere motore di bellezza, dialogo e comunità.
Non resta che invitare tutti al prossimo appuntamento, in ottobre, quando festeggeremo il 19mo anno dall'inizio della nostra rassegna letteraria.
Sono passati 50 anni
di Andrea Bellavite.
Avevo 16 anni. Stavo cenando in famiglia, nel centro di Gorizia. C’era un ospite, un amico venuto dall’Uganda. Tutto ha cominciato a tremare, gli armadietti della cucina sembravano danzare vorticosamente. Pochi secondi e si era in strada, sulla via dove tutti gli abitanti della zona si erano riversati. Chi chiedeva notizie, chi riportava confuse dicerie, chi la prendeva con filosofia. Non c’erano telefonini e le comunicazioni non erano rapide come oggi. Ci volle qualche ora per capire che non molto distante si era compiuta una tragedia. Prima le frammentarie voci dei radioamatori, poi qualche timido servizio giornalistico, solo all’inizio del nuovo giorno ci si cominciava a rendere conto del disastro.
La mattina del 7 maggio, il Liceo era chiuso. C’era tanta tensione, inoltre era caduto un comignolo e per sicurezza si era convenuto che fosse meglio lasciar perdere le lezioni. Con tre compagni di scuola, uno dei quali era già maggiorenne e aveva la patente, decidemmo di partire subito verso la zona colpita dal sisma.
A quei tempi non c’era un sistema istituzionalizzato di Protezione Civile. Ci recammo presso la Prefettura di Udine, dove regnava una comprensibile confusione. All’ufficio emergenza, allestito in fretta e furia, ci proposero di andare a Gemona e di chiedere là come avremmo potuto renderci utili.
Il primo segno tangibile del terremoto fu il ristorante Morena, nella zona di Artegna, crollato su sé stesso. In mezzo a una girandola di ambulanze, camion e macchine private riuscimmo ad arrivare nella periferia bassa di Gemona, dove un funzionario, sotto una tenda improvvisata, ci ha inviato a trasportare in una piazza prefissata, i morti man mano che venivano sottratti alle macerie. C’era un caldo asfissiante, strano per l’inizio del mese di maggio! Si respirava polvere ovunque e non passava un’ora senza qualche scossa di assestamento, sempre in grado di far tremare gli edifici già lesionati come fossero di cartapesta.
Trascorremmo così, fino a sera, quel giorno indimenticabile. Quando ci penso, provo ancora le sensazioni: l’odore acre della morte, il silenzio rotto solo dagli ordini secchi dei coordinatori e dal sinistro borbottio del terremoto, la rigidità e il peso delle persone estratte dalle case distrutte, il mistero della vita e la forza della natura che mescolano le loro carte e nel volgere di un istante trasformano un vivace centro abitato in un cimitero.
A quei tempi succedeva così, un adolescente poteva trovarsi nel cuore di una catastrofe e portare il proprio piccolo contributo. Già in quella prima sera tutto era cambiato, si era creata una nuova organizzazione, i soccorsi e la ricostruzione erano passati in mani competenti ed esperte.
Per noi ragazzi non era però finita così. Quell’estate trascorse tra i monti del terremoto, a Moggio Udinese, a Chiusaforte, ai Piani di Val Raccolana. Gruppi di giovani provenienti da tutta Italia si alternavano sotto le tende e vivevano le loro (meravigliose) vacanze, occupando nel doposcuola i bambini mentre gli adulti sistemavano per quanto possibile le loro case. Si familiarizzava facilmente con la gente, testimoni degli ultimi sprazzi di una tradizione popolare ormai dimenticata.
Un incontro partecipato, arricchito dal dialogo con Monica Delfabro e dalle coinvolgenti letture di Valentina Verzegnassi.
Negli anni Trenta, nella Zara affacciata sul mare, il piccolo Enzo cresce tra gli affetti familiari e una vivace comunità, mentre il clima del fascismo e i presagi di guerra oscurano lentamente la sua infanzia serena. Con i bombardamenti arriva la fuga: l’esilio dal mare alle montagne, la perdita degli studi e degli affetti, la fatica di ricominciare. Resta però viva la memoria della città perduta, un richiamo dolce e malinconico che non smette di accompagnarlo.
Mercoledì 29 aprile alla Mediateca Ugo Casiraghi di Gorizia abbiamo avuto il piacere di presentare “Dalla fine dei tempi” di Gianni Spizzo. Un incontro ricco di spunti, riflessioni e momenti coinvolgenti, tra racconti capaci di muoversi con intelligenza e ironia in quella sottile linea dove normalità e follia si incontrano. Grazie a Antonia Blasina Miseri per l’introduzione, a Piero Rosso per il piacevole dialogo con l’autore e a Giulio Morgan per le intense letture che hanno dato ancora più forza alle parole del libro. Un grazie anche a tutte le persone che hanno partecipato e condiviso con noi questo momento di cultura e confronto.