Un ex steward, sei paesi, venti vite, una domanda che resta

L’ultimo libro di Cristina Cristofoli

“Custodisco le storie di tutti. Ma la più difficile da raccontare è la mia.” Riccardo, ex assistente di volo, ora che è in pensione, invece di scrivere la sua autobiografia racconta le vite degli altri.

Custodisce i segreti e li trasforma in un racconto che è anche il suo personale viaggio di redenzione.
Dall’India all’Uganda, passando per Etiopia, Nepal, Indonesia e Arabia Saudita, le vite dei personaggi si intrecciano in un romanzo corale sul viaggio come terapia, sul potere delle coincidenze e delle connessioni umane, sulla forza di lasciarsi cambiare.
La domanda che resta al lettore: siamo forse la somma di tutte le storie che abbiamo ascoltato, e quale sarà la nostra eredità? Perché a chi verrà dopo di noi possiamo lasciare molto più di un DNA.

Cristina Cristofoli non si limita a descrivere luoghi esotici. Li attraversa con lo sguardo di chi sa che il vero viaggio non è fatto di chilometri, ma di incroci. E il suo libro è proprio questo: una geografia di incontri fortuiti, spesso in aeroporti o in alberghi di passaggio, che diventano il filo rosso di destini intrecciati. Arricchito dalla prefazione di Pietro Del Re, storico inviato degli Esteri di “Repubblica”, il libro si legge come un racconto di formazione collettivo, dove ciascuna storia è un tassello di un puzzle più grande: “Ogni lettore potrà cercare la sua risposta in questo romanzo, che è al tempo stesso un viaggio dentro sè stessi e un tributo all’incontro con l’altro”.

I viaggi di Cristina Cristofoli (che ha esplorato 120 nazioni) non si concludono al ritorno a casa: si trasformano in storie autentiche, a volte drammatiche, spesso ironiche, ma sempre sincere.

Il suo universo letterario, in cui l’esperienza diretta dei luoghi si intreccia con la narrativa, regala al lettore non solo mete, ma vere e proprie esperienze da vivere attraverso le pagine, con lo sguardo di chi sa cogliere il lato umano di ogni avventura.
Dai racconti autobiografici che catturano l’essenza del viaggio (Cartoline dal mondo, La Caravella, 2016) ai romanzi ambientati in luoghi remoti (Appuntamento a Chinguetti. Le vie del destino, La Caravella, 2019, e ArGo. Vita segreta di un camper, Gaspari, 2023) fino ai racconti brevi dal ritmo incalzante e alle classiche guide turistiche (Arezzo: una guida, Odòs, 2021), ogni libro è una porta su un mondo diverso, scritto con la passione di chi i luoghi li ha vissuti e ha la sensibilità per raccontarli.

Sono passati 19 anni dalla partenza di quel treno delle 18.03 dalla stazione di Gorizia e dal primo incontro che, in concomitanza, ha dato il via alla rassegna; è un piacere, oltre che un gesto simbolico, che Il libro delle 18.03, per la sua stagione autunnale 2026, si presenti proprio in quella stessa sala.

La rassegna ha visto negli anni una crescita continua, nei numeri e nei contenuti, e sta diventando un riferimento per scrittori, intellettuali, storici, giornalisti, ricercatori – affermati ed emergenti – e per un pubblico sempre più numeroso ed eterogeneo.

Sono ben 12 gli appuntamenti che, da fine settembre, arricchiscono il calendario e particolarmente ampio è lo sguardo della presente stagione: dalla narrativa alla storia, dalla scienza alla saggistica, dal mystery storico alla geopolitica.

Alla varietà degli approfondimenti corrisponde una comunione nel messaggio di fondo: raccontare e far conoscere quelle storie che ci mantengono umani e ci mettono in relazione.

Le storie – delle persone, della natura, della fantasia – che non siamo più abituati ad ascoltare e a rivivere.

Diversi anche i luoghi, sempre numerosi e accoglienti, che ospitano gli appuntamenti de Il libro delle 18.03: oltre a Gorizia, anche Sagrado, Mossa, Gradisca d’Isonzo e il sito UNESCO di Aquileia.

Tra gli appuntamenti, oltre agli incontri e ai dialoghi, figurano un’escursione di grande prestigio e due lectio magistralis su temi di stringente attualità.

A corredo, anche la mostra Mocchiutti a Mossa. Mito e racconto, in omaggio all’artista friulano a vent’anni dalla scomparsa. Una relazione sempre più forte e ampia, dunque, tra cultura e territorio, che diventa sempre più reciproca valorizzazione.

Vi aspettiamo, numerosi come sempre,
Lo staff delle 18.03

Ci siamo quasi.

Il prossimo autunno torna Il libro delle 18.03 e sarà un’edizione per noi particolarmente speciale.

Perché proprio nel mese di ottobre saranno diciannove anni dall’inizio di questo viaggio. Diciannove anni di libri, autori, incontri, domande, discussioni e, soprattutto, di persone: quelle che hanno scritto, quelle che hanno dialogato con gli autori e quelle che, appuntamento dopo appuntamento, hanno scelto di esserci.

È anche grazie a voi se questa storia ha potuto continuare.

In questi diciannove anni abbiamo avuto il piacere di incontrare scrittori affermati e grandi nomi della letteratura, ma anche autori che proprio allora iniziavano il loro percorso. È una delle caratteristiche a cui teniamo di più: dare spazio alle voci già conosciute e, insieme, a quelle nuove, accompagnandole nei loro primi passi.

E così sarà anche questa volta.

La nuova edizione autunnale porterà dodici incontri nell’Isontino, tra Gorizia, Sagrado, Mossa, Gradisca d’Isonzo e Aquileia e si avvarrà come negli ultimi anni del sostegno della Fondazione Roberto Visintin.

Si comincia il 27 settembre a Gradisca d’Isonzo e si conclude il 5 novembre a Sagrado.

Un percorso attraverso libri e autori che siamo certi saprà regalarci ancora una volta incontri, curiosità, emozioni e occasioni per stare insieme.

Il programma completo sarà presentato sabato 19 settembre alle ore 11.03, nella Sala culturale della Stazione dei treni di Gorizia.

Non è una scelta casuale.

È proprio lì che, quasi diciannove anni fa, è cominciato il viaggio de Il libro delle 18.03.

Tornare in quel luogo significa dunque aprire una nuova stagione, ma anche fermarsi per un momento a guardare la strada percorsa.

Una strada fatta di libri e autori, certo. Ma soprattutto di incontri e persone.

E tra queste persone ci siete voi.

Vi aspettiamo. Per continuare insieme questa storia.

Lo staff delle 18.03

 

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Il libro delle 18.03 – Edizione autunnale
27 settembre – 5 novembre
Gorizia, Sagrado, Mossa, Gradisca d’Isonzo, Aquileia

Il programma completo sarà disponibile il giorno della conferenza stampa

un libro di Andrea Segrè

Immagina che tutta la gente condivida il mondo: potrei sembrarti un sognatore, ma non sono l’unico. Spero che un giorno ti unisca a noi, il mondo sarà come un’unica entità.

Parole concepite 55 anni fa – nel 1971 – quelle di John Lennon e della sua Imagine, da allora risuonate nel canto di milioni di persone, e di tante generazioni nel tempo.

Ad ascoltarle oggi non sembrano semplicemente attuali: le ritroviamo fortemente proiettate nel futuro. Perché abitare il nostro pianeta nel terzo millennio significa, necessariamente, modificare la visione logora e anacronistica dell’economia del profitto, spostando il focus sulla centralità della persona e delle relazioni, sul benessere sociale e ambientale, sulla responsabilità del proprio comportamento nella vita comunitaria. Di questa rivoluzione copernicana, che allinea il suo paradigma dall‘homo oeconomicus di John Stuart Mill all’homo reciprocans, l’uomo interdipendente e curante, il cibo è certamente l’indicatore più emblematico.

«Il cibo, e lo spreco che è la sua negazione– spiega l’agroeconomista e accademico Andrea Segrè, fondatore dell’impegno contro lo spreco alimentare in Italia e in Europa – sono il punto di partenza centrale per interrogarsi sui limiti del nostro modello di sviluppo e immaginare un’economia diversa, di cura ed equilibrio ecologico. Un sistema dove il valore del cibo si misura non solo nel prezzo, ma nel rispetto per le persone, la natura e il tempo».

È questo il filo rosso del nuovo saggio che Andrea Segrè firma per Treccani Libri: Contro lo spreco. Cibo, valore, futuro (Collana Voci, 136 pagg., € 12), con la prefazione dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari, guida del comitato scientifico che ha portato la cucina italiana a patrimonio UNESCO, e la postfazione del poeta e scrittore Davide Rondoni, alla guida del Comitato per le iniziative degli 800 anni dalla morte di San Francesco (1226 – 2026). Nel saggio, infatti, la visione del Frate di Assisi legata al cibo come a un dono da condividere e non sprecare, si rifrange come una luce profetica, capace di illuminare il nostro percorso, ottocento anni dopo. Segrè ci consegna un libro che parla di futuro.

Un “manuale” che mette a disposizione la cassetta degli attrezzi per rileggere e abitare il pianeta nel nostro millennio, a partire da una considerazione indifferibile: dobbiamo ripensare con urgenza il nostro rapporto con ciò che nutre la terra, e noi stessi. Il cibo come baricentro della sostenibilità di sopravvivenza, attuale e futura: «il cibo come termometro della salute dell’umanità e della sua casa di riferimento, il pianeta: per realizzare – sottolinea ancora l’autore, Andrea Segrè – che la ricchezza non è abbondanza, ma misura. E che la cura non è semplicemente un atto di “altruismo”, ma un investimento strategico: un bene economico che genera valore sostenibile e benessere sociale, motore di produttività e stabilità sociale e ambientale».

 

È uscito il nuovo romanzo di Andrea Molesini, già apprezzato ospite della nostra rassegna in più occasioni.

Il suo è un romanzo di famiglia, di guerra e di amore: il racconto al figlio, fluviale e inarrestabile, di un uomo prossimo alla morte che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale attraversando il secolo.

Momenti cruciali della storia italiana vengono ripercorsi intrecciandosi alla vita del padre dell’autore, Aurelio, nato nel 1907. Con il figlio non ha mai avuto rapporti facili: molti silenzi e molti non detti.

Babbo Rolli, così lo ha sempre chiamato Andrea, si lascia andare ai ricordi proprio nel momento in cui, malato – siamo negli anni Settanta –, sente sopraggiungere la fine.

Libertà e coraggio sono i fili conduttori della sua vita. Al figlio racconta il mare e la guerra, ma soprattutto i venti mesi dell’occupazione nazista, dal settembre 1943 al maggio 1945.

All’indomani dell’8 settembre, Aurelio, progettista del Genio della Marina Militare nei cantieri di Genova, fugge verso Venezia e porta con sé i disegni del nuovo scafo che sta realizzando.

Durante il cammino incontra tedeschi, italiani sbandati, donne, partigiani e repubblichini. Giunto in laguna, viene contattato dai partigiani e consegna loro i disegni della nave L’Aquila.

La narrazione dei fatti del passato, emozionante, a tratti concitata e intensa, si alterna alle visite del figlio in ospedale, alle suore, alle infermiere e alla dottoressa che lo ha in cura; sotto il letto, una valigia piena di vecchi ritagli sostiene il racconto delle vicende.

Nello scorrere delle pagine veniamo a sapere molte cose della vita di Babbo Rolli e anche di Andrea, soprattutto della sua passione letteraria.

I due, nella condivisione della memoria, a poco a poco si riavvicinano, mentre il racconto giunge al suo epilogo insieme alla vita di Rolli.

La scrittura è sempre il valore aggiunto dei romanzi di Molesini: potente, musicale, poetica, aderisce al dettaglio realistico senza rinunciare al vigore della metafora.

Andrea Molesini, indimenticato vincitore del Premio Campiello con Non tutti i bastardi sono di Vienna e autore di molti altri romanzi di successo, è scrittore ed editore; è nato e vive a Venezia.

Ha curato e tradotto opere di poeti americani, tra cui Ezra Pound, Charles Simic e Derek Walcott. Ha scritto anche storie per ragazzi, tradotte in varie lingue.

Di sé racconta:

"Sono nato e cresciuto in un luogo d’acqua. L’acqua verde e buia dei canali, che sa di cicoria bollita, di detersivo e di fogna. L’acqua della laguna aperta, che in estate prende il colore dell’erica delle barene e sa di pesce e di uccelli lenti come le darsene coi pescherecci. Le acque del Sile e del Brenta che per un poco si mantengono dolci prima di cedere alla salinità che il mare impone alla laguna. Acque differenti, le une ostili alle altre, che si mescolano e contendono lo spazio secondo tempi e modi che sfidano le leggi della fisica per sconfinare nel sortilegio.

E sopra l’acqua la pietra. La pietra di una città fitta di case e di osterie, di comignoli e di gatti, di uccelli e di vento e di nebbia e di scorci di bellezza toccante e di raffiche maleolenti. C’è anche la pietra delle isole, ridotte dall’abbandono a tane di falchi e gabbiani, di serpi, di contrabbandieri e di ratti più lunghi di un avambraccio.

Poi ci sono gli ubriachi. La mia infanzia è piena di ubriachi che vagano e tentano gli orli delle fondamenta e non cadono mai in acqua. Venezia sembra un film di Chaplin, dove qualcuno con gli occhi bendati pattina sull’orlo del precipizio ma, per quella comica fortuna che protegge gli innocenti, il vuoto li rifiuta e, finché non lo vedono, non vi precipitano. Nessuno, a Venezia, si è mai annegato. Ecco la mia prima bugia. In verità è successo: è successo a un barbone che si chiamava Dante (sic!), che la sera si spogliava ubriaco e che, dopo decenni di quest’abitudine, che popolazione e polizia ignoravano tra le risate, finì coi polmoni pieni d’acqua fetida in un canale. Ma Dante non fa storia, è sparito dalla memoria collettiva; anzi, credo sia più giusto dire che non vi è mai entrato. Perché Venezia è un luogo senza memoria.

Sono nato e cresciuto in un luogo scolpito nella lentezza, fatto di spazi ridottissimi, calli strette, case che si toccano, turisti che intasano i sottoporteghi, barche che nei canali a stento sfilano le une accanto alle altre senza toccarsi. Scolpito nella lentezza, dicevo, perché fuori, sulle paludi ferme e immense che circondano la pietra abitata, c’è un altrove senza echi percorso da uomini lenti che vogano alla valesana. C’era, dovrei dire, perché oggi vedo più barchini rombanti che altro. E questa è una catastrofe, perché Venezia è una città di suoni, non di rumori. Si sentono i gatti miagolare e si sentono i tacchi a spillo sui masegni. Il rumore dei motori è relegato ai canali, una maglia di vie ancora abbastanza silenziose e percorse dalla lentezza (le barche, anche quelle a motore, grazie a Dio, non hanno i freni)."