
Trieste è la città dei destini, un catino dove si mischiano vita e sangue di genti diverse fra loro, una lavagna grigia sulla quale tracciare le invisibili linee d'intersezione di ogni fatalità. In questa città che sente lungo il confine con la Jugoslavia tutto il peso della Guerra Fredda, il giornalista Ettore Salassi, svagato, disordinato e con un formidabile istinto per i guai, accetta di collaborare con i servizi segreti. Arruolato nel Sid, raccoglie informazioni su gruppi e persone vicini all'estremismo sia di destra che di sinistra. Ma anche lui ha qualcosa da nascondere: un passato oscuro, durante la guerra, il singolare vizietto di rubare libri e un debole per le donne che gli complicano la vita. In redazione fa coppia con l'amico e collega Max Pastini, che in quanto a debolezze non è da meno. Mentre i due si barcamenano fra articoli di routine e piccole inchieste quotidiane, Salassi si trova coinvolto in un caso che avrebbe voluto evitare: alla vigilia del tentato golpe Borghese, nel dicembre del 1970, un giovane militare di stanza in una caserma sul Carso viene trovato morto. Fantasmi del passato e del presente lo minacciano, e l'amore per una bella slovena dalla vita misteriosa lo porterà in un pericoloso labirinto dove sarà costretto prima di tutto a fare i conti con se stesso.
Pietro Spirito, vive e lavora a Trieste.
Scrittore e già giornalista professionista alle pagine culturali del quotidiano "Il Piccolo", ha pubblicato saggi, romanzi, racconti, e curato antologie.
Collabora con la Rai e diverse riviste e periodici tra cui "L'Indice".
Ha svolto seminari e corsi di scrittura creativa e giornalismo in alcune scuole superiori, università enti e associazioni, ed è fra l’altro socio e collaboratore della Deputazione di Storia patria della Venezia Giulia e della sezione italiana dell'Historical Diving Society.
Suoi racconti sono stati tradotti in francese, catalano, croato, ungherese.

La piccola storia di Ruben nella Grande Storia degli anni Trenta, con i suoi innumerevoli drammi epocali; un ebreo fascista triestino che, sconvolto dal tradimento della fidanzata, decide di partecipare alla guerra d’Etiopia.
Battaglie, imboscate, crudeli repressioni gli rivelano la realtà brutale della guerra. Ma un nuovo amore per una ragazza che combatte nella Resistenza anti-italiana riesce a cambiare il suo destino.
Daniela Galeazzi vive a Palmanova, scrittrice, è presidente dell’Associazione Culturale LiberMente che da anni attua progetti culturali e letterari volti alla promozione della lettura.
Giuseppina Minchella vive a Palmanova, storica e scrittrice, è presidente della giuria del Premio Letterario Nazionale Palmastoria dedicato al romanzo storico.
Assaporano da anni il piacere della scrittura a quattro mani. Dalla loro intesa sono nati i romanzi storici L’abiura (2015) e Le vite di prima

1918. Il sergente Julien Vertou osserva la neve che ancora ricopre il monte Grappa, in un aprile senza primavera. Lì dove si è spostata l’ultima linea di difesa italiana dopo Caporetto, gli alpini del battaglione Susa hanno allestito il loro campo. Ma Julien non è uno di loro, la cicatrice sulla mano destra racconta un’altra storia. Negli ultimi sedici anni, la Legione Straniera è stata il suo rifugio e la sua penitenza. Ciò che è stato prima non ha più importanza. Sono perduti i sogni, ed è perduto l’amore, che per una breve stagione gli ha fatto credere di poter inventare il futuro. La guerra che ha conosciuto sull’Atlante aveva una sola regola: uccidere per non farsi uccidere. Ma i ragazzi con cui ora condivide la trincea questa certezza non ce l’hanno, molti sanno a malapena imbracciare un fucile. Vengono da montagne in cui sperano di tornare presto, magari da una fidanzata che li aspetta. Come Gildo e Valdo, che insieme non fanno trentasei anni, o Domenico, che ne ha ventidue e da tre combatte e sopravvive. Tra i colpi di artiglieria, i loro sguardi impauriti iniziano a scalfire la corazza di Julien. Lui non ha nessuno che lo attende, nessun posto che può chiamare casa. Eppure, per quanto si ostini a rinnegarlo, il passato che si è lasciato alle spalle pian piano si riprende la scena. Una parlata familiare, il nome di un torrente, quello di un paese di montanari. E il volto di una donna che riaffiora tra i pensieri, riportandolo a un tempo in cui la felicità era ancora possibile.
In questo esordio narrativo, l'autore innesta nel racconto degli ultimi, concitati mesi del primo conflitto mondiale una vicenda privata dolorosamente intensa. Un romanzo di amore e guerra, di montagne e neve, di uomini piccoli e grandi rimescolati dalla Storia.
Gianni Oliva è docente di storia delle istituzione militari, storico e giornalista, editorialista de “La Stampa. E’ studioso della storia italiana del ‘900 e dei suoi aspetti meno indagati e più controversi, dalla tragedia del confine nordorientale agli anni di piombo e di tritolo. I sui ultimi lavori sono “Quarantacinque milioni di antifascisti” e il romanzo “ Il pendio delle noci “.

Due anni fa, 21 gennaio 2023, moriva Pino Roveredo scrittore degli ultimi e degli emarginati e amico della nostra rassegna.
Lo ricordiamo con grande affetto pubblicando alcune sue foto in occasione della presentazione di Ballando con Cecilia, alle 18.03 di primavera del 2014, e di Ferro batte ferro nell’autunno del 2017, all’interno della Stazione dei treni di Gorizia.
Incontri bellissimi con il pubblico calamitato dal raccontare di Pino. A dialogare con lui nel 2014 Cinzia Benussi e le letture di Pierluigi Pintar; nel 2017 a dialogare con lui Andrea Bellavite.
Da “ Mandami a dire “
Dolce tesoro mio, come stai? Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c'eri, ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene? Mi raccomando: se solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire, che con la rabbia del corpo mi mangio le strade e ti raggiungo, e dopo voglio proprio vedere.
La mia parte egoista vorrebbe anche sapere se sei infelice come me, perché vedessi come sono stanco di camminare da solo dentro la tristezza, a volte capita che piango senza sentirmi il singhiozzo.
Vorrei anche sapere se, quando è l'ora che il tramonto si siede sopra il sole, spingendolo giù, giù fin sotto il mare, sei sempre là, davanti alla finestra, a osservare quel trapasso e a pensarmi. Una volta lo facevi, e oggi? Ti scongiuro tanto, mandami a dire.

La giornalista Cecilia Sala, da quindici giorni è rinchiusa nel carcere di Evin a Theran, in isolamento, in condizioni gravi e preoccupanti.
E’ stata fermata, prelevata dal suo albergo, il 19 dicembre scorso dalle autorità di polizia iraniane.
Deve essere liberata subito.
Il giornalismo non è un reato e la libertà di stampa è un diritto non negoziabile.
Il regime autoritario degli ayatollah trattiene in carcere in maniera arbitraria 42 giornalisti e giornaliste.
La prigione in cui è rinchiusa in isolamento Cecilia Sala è tristemente nota per l’alta percentuale di dissidenti, intellettuali, soprattutto donne, studentesse e attiviste che alzato la testa contro l’apartheid di genere e gli obblighi di uno stato teocratico e della sua polizia morale.
Cecilia Sala deve essere liberata subito.