Gradisca d’Isonzo, sala Civica Bergamas - Via Antonio Bergamas, 3
venerdì 13 febbraio, ore 18
Nel marzo 2004 il Parlamento italiano, con un voto pressoché unanime, ha istituito la Giornata del Ricordo dedicata alle foibe, all’esodo giuliano‑dalmata e alla complessa vicenda del confine orientale.
La data scelta, il 10 febbraio, coincide con la firma del Trattato di pace del 1947, con il quale l’Istria, Fiume e le isole quarnerine furono assegnate alla Jugoslavia. Da allora il tema è uscito dall’area del “non dicibile” politico, ma non si è ancora trasformato in una memoria davvero condivisa: molti ne ignorano ancora il significato, non mancano posizioni negazioniste, altri ne hanno una visione distorta e senza contesto.
La storia delle foibe – e ancor più la lunga rimozione che le ha accompagnate – rappresenta uno specchio delle contraddizioni italiane, tra omissioni, ipocrisie e difficoltà nel fare i conti con il passato. Le cause di quella tragedia rimandano a una duplice dinamica: da un lato, la politica di italianizzazione forzata perseguita dal regime fascista nelle aree mistilingue dell’Istria e del confine orientale, con la sistematica snazionalizzazione delle comunità slovena e croata, dall’altro, l’espansionismo della nuova Jugoslavia guidata da Tito, intenzionata ad annettere Istria, Dalmazia e Trieste e a consolidare il regime che stava costruendo. Nel maggio‑giugno 1945, con l’arrivo delle truppe jugoslave a Trieste e l’instaurazione di proprie autorità amministrative, si scatenò una repressione in cui si intrecciarono risentimenti nazionali e volontà epurativa.
A questa pagina dolorosa si è aggiunta, per decenni, una rimozione altrettanto significativa. Perché non si è parlato degli infoibati? Perché si è taciuto sulle migliaia di profughi italiani costretti a lasciare le loro terre passate sotto sovranità jugoslava e accolti in 109 campi di raccolta in tutta la penisola? Questa “memoria negata” si fonda su tre grandi silenzi.
Il primo è il silenzio internazionale: dopo la rottura tra Stalin e Tito nel 1948, la Jugoslavia divenne per l’Occidente un interlocutore strategico, e la diplomazia evitò accuratamente di sollevare questioni imbarazzanti. Il secondo è il silenzio di partito, il terzo quello di Stato. L’Italia uscita dalla guerra cercò di autorappresentarsi come Paese vincitore, utilizzando la Resistenza – pur fondamentale ma minoritaria – come elemento identitario capace di assolvere collettivamente il Paese dalle responsabilità del ventennio fascista e del conflitto. Una narrazione che favorì sia la sinistra comunista, sia le forze moderate impegnate nella ricostruzione dello Stato. Affrontare apertamente il passato avrebbe significato mettere in discussione equilibri politici delicati: prevalse così la scelta di rimuovere.
Per sostenere l’immagine di un’Italia “vincitrice”, era necessario cancellare tutto ciò che ricordava la sconfitta. Da qui i silenzi sui prigionieri di guerra, sui crimini italiani, sui mancati processi di estradizione e, soprattutto, sulle foibe e sull’esodo: nessun Paese vincitore, infatti, subisce dopo la fine del conflitto la perdita di migliaia di cittadini e la fuga di centinaia di migliaia di altri. Nella memoria repubblicana non trovò spazio né chi fu ucciso nel Nord‑Est, né chi visse la dolorosa esperienza dell’esilio.
L’istituzione della Giornata del Ricordo ha rappresentato un risarcimento simbolico e un passo importante per sottrarre questa vicenda alle polemiche e alle strumentalizzazioni. Tuttavia, il percorso per trasformare la tragedia del confine nord‑orientale in una consapevolezza collettiva pienamente condivisa è ancora lungo.
Da una parte c’è chi se ne è appropriato facendo della storia un uso politico e dimenticato il carico di odio e violenza che il fascismo porto in quelle terre a partire dal ‘22, dall’altra che minimizza se non addirittura nega restando prigioniero di schemi mentali buoni per gli anni ‘50.
Ne parlerà più diffusamente il prof. Raoul Pupo, storico italiano, già professore di Storia contemporanea all'Università di Trieste, dov’è attualmente senior scientist, e tra i massimi conoscitori dell'Esodo giuliano-dalmata e delle tragiche vicende del confine orientale italiano.
È stato componente delle Commissioni storico-culturali italo-slovena e italo-croata, nonché del comitato scientifico dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, ora Istituto Parri. E’ autore di moltissime pubblicazioni e ha curato programmi di alta divulgazione.
Introdurrà Giulia Castellan, associazione culturale Apertamente, letture a cura di Cinzia Benussi. Il sindaco Pagotto porterà il saluto del Comune di Gradisca d’Isonzo.
L'evento è parte del progetto "Memorie Vive" promosso dal Comune di Gradisca d'Isonzo e cofinanziato dalla regione Friuli Venezia Giulia".
