Sono passati 50 anni

di Andrea Bellavite.

Avevo 16 anni. Stavo cenando in famiglia, nel centro di Gorizia. C’era un ospite, un amico venuto dall’Uganda. Tutto ha cominciato a tremare, gli armadietti della cucina sembravano danzare vorticosamente. Pochi secondi e si era in strada, sulla via dove tutti gli abitanti della zona si erano riversati. Chi chiedeva notizie, chi riportava confuse dicerie, chi la prendeva con filosofia. Non c’erano telefonini e le comunicazioni non erano rapide come oggi. Ci volle qualche ora per capire che non molto distante si era compiuta una tragedia. Prima le frammentarie  voci dei radioamatori, poi qualche timido servizio giornalistico, solo all’inizio del nuovo giorno ci si cominciava a rendere conto del disastro.

La mattina del 7 maggio, il Liceo era chiuso. C’era tanta tensione, inoltre era caduto un comignolo e per sicurezza si era convenuto che fosse meglio lasciar perdere le lezioni. Con tre compagni di scuola, uno dei quali era già maggiorenne e aveva la patente, decidemmo di partire subito verso la zona colpita dal sisma.

A quei tempi non c’era un sistema istituzionalizzato di Protezione Civile. Ci recammo presso la Prefettura di Udine, dove regnava una comprensibile confusione. All’ufficio emergenza, allestito in fretta e furia, ci proposero di andare a Gemona e di chiedere là come avremmo potuto renderci utili.

Il primo segno tangibile del terremoto fu il ristorante Morena, nella zona di Artegna, crollato su sé stesso. In mezzo a una girandola di ambulanze, camion e macchine private riuscimmo ad arrivare nella periferia bassa di Gemona, dove un funzionario, sotto una tenda improvvisata, ci ha inviato a trasportare in una piazza prefissata, i morti man mano che venivano sottratti alle macerie. C’era un caldo asfissiante, strano per l’inizio del mese di maggio! Si respirava polvere ovunque e non passava un’ora senza qualche scossa di assestamento, sempre in grado di far tremare gli edifici già lesionati come fossero di cartapesta.

Trascorremmo così, fino a sera, quel giorno indimenticabile. Quando ci penso, provo ancora le sensazioni: l’odore acre della morte, il silenzio rotto solo dagli ordini secchi dei coordinatori e dal sinistro borbottio del terremoto, la rigidità e il peso delle persone estratte dalle case distrutte, il mistero della vita e la forza della natura che mescolano le loro carte e nel volgere di un istante trasformano un vivace centro abitato in un cimitero.

A quei tempi succedeva così, un adolescente poteva trovarsi nel cuore di una catastrofe e portare il proprio piccolo contributo. Già in quella prima sera tutto era cambiato, si era creata una nuova organizzazione, i soccorsi e la ricostruzione erano passati in mani competenti ed esperte.

Per noi ragazzi non era però finita così. Quell’estate trascorse tra i monti del terremoto, a Moggio Udinese, a Chiusaforte, ai Piani di Val Raccolana. Gruppi di giovani provenienti da tutta Italia si alternavano sotto le tende e vivevano le loro (meravigliose) vacanze, occupando nel doposcuola i bambini mentre gli adulti sistemavano per quanto possibile le loro case. Si familiarizzava facilmente con la gente, testimoni degli ultimi sprazzi di una tradizione popolare ormai dimenticata.