Va ad Andrea Cardoni, con il libro La parte migliore del Paese (Fandango editore), il Premio Roberto Visintin, giunto alla sua sesta edizione.
Il libro sarà presentato a Sagrado (GO) a conclusione della rassegna letteraria Il Libro delle 18.03 – edizione primaverile. L’autore dialogherà con i componenti della giuria: Mario Brandolin, Emanuela Masseria e Marco Menato, mentre l’introduzione dell’incontro sarà a cura di Paolo Polli, curatore della rassegna e il saluto ufficiale sarà affidato al Sindaco di Sagrado, Marco Vittori.
Il Premio verrà consegnato al vincitore da Evelyn Ann Todd, presidente della Fondazione e madre di Roberto.
Menzione speciale al libro di Alessandro Fantin, Dio mi deve chiedere perdono (Ediciclo editore), e menzione al libro di Elena Garbarino, Il ballo delle acciughe (Bottega Errante edizioni).
Comunicato della giuria
È un puntuale, quanto amaro e ironico, spaccato del nostro tempo e del nostro mondo, pericolosamente imploso sulle virtualità delle nuove tecnologie e sul potere devastante delle forme più subdole e devianti della comunicazione, quello che Andrea Cardoni disegna nel suo romanzo La parte migliore del Paese (Fandango editore). Un romanzo che si è aggiudicato il Premio Letterario Roberto Visintin, giunto alla sua sesta edizione e diretto da una giuria composta dal critico letterario e teatrale Mario Brandolin (presidente di turno), dalla giornalista Emanuela Masseria, dall’ex direttore della Biblioteca Isontina Marco Menato e dal presidente dell’Associazione culturale Apertamente, Paolo Polli.
Il Premio Visintin, come è noto, è ormai diventato un appuntamento fisso nel panorama della scrittura, non solo locale, grazie all’impegno di Apertamente, con sede a Monfalcone e attiva sul territorio regionale dal 2010, e di Evelyn Ann Todd e Marino Visintin, genitori di Roberto.
L’ambizione dell’Associazione e, dalla sua costituzione nel 2024, della Fondazione Roberto Visintin, è quella di sviluppare ulteriormente questo premio, ampliando sia la platea dei possibili concorrenti sia gli ambiti tematici di riferimento, così da riflettere sempre meglio il ventaglio di interessi coltivati da Roberto Visintin, alla cui memoria il Premio è dedicato: appassionato di libri e di storia, ma anche attento alle dinamiche sociali.
I risultati di questa apertura non si sono fatti attendere, attirando negli anni l’attenzione di editori non solo locali, ma anche nazionali. Anche per l’edizione 2026 sono stati numerosi i titoli in lizza, pubblicati da importanti case editrici regionali e nazionali, ampliando ulteriormente il respiro e la portata del Premio.
Ricca e diversificata è stata anche la varietà dei temi trattati nei volumi partecipanti: dal romanzo di formazione alla saggistica, dal libro di viaggio nei luoghi di una memoria destinata a soccombere alla narrativa ancorata a realtà storiche come l’emigrazione verso le Americhe; dalla testimonianza di chi ha vissuto l’inferno dei lager nazisti a quella di chi ha militato nelle fila della Resistenza.
La parte migliore del Paese, il romanzo vincitore, fa riferimento a quella galassia del volontariato così presente nel nostro Paese: un ambito che, in un mondo sempre più ingabbiato nell’individualismo esasperato, ne rappresenta il lato migliore, “la parte migliore” appunto, prendendosi cura degli altri, dedicandosi ai bisogni dei più deboli e colmando spesso lacune dovute all’inefficienza e all’incuria dello Stato.
Ma il titolo, alla luce dello sviluppo narrativo, finisce per risuonare beffardo, tristemente ironico, quasi una presa in giro. Nella vicenda del protagonista, Mattia Taidelli — “uno che non sa di niente”, come lo definisce il suo autore, uno sfruttato costretto a nascondere le proprie aspirazioni pur di lavorare come tuttofare in una storytelling company che si professa aperta, umanista, sostenibile e sensibile alle questioni sociali più rilevanti — tutto ruota attorno a ciò che, alla fine, appare come un grande malinteso. Perché poco o nulla resta di umanità, sensibilità e dedizione disinteressata.
La vicenda prende avvio quando Mattia, a seguito del ritiro della patente, è costretto a svolgere lavori socialmente utili per “Esserci Sempre”, un’associazione di volontari del soccorso che opera nell’indifferenza della politica e della società, e di cui ci si ricorda solo in occasione delle grandi calamità — quando riemerge la retorica degli “angeli” e degli “eroi”.
Mattia, evitati gli interventi d’urgenza per la sua eccessiva sensibilità al sangue, sceglie di dedicarsi alla realizzazione di un podcast, Mamaiut, costruito sui racconti dei soccorsi in ambulanza. Il podcast ottiene un enorme successo e il volontariato diventa improvvisamente un tema centrale, capace di attrarre l’attenzione generale.
Diventa così facile, per il sistema — incarnato da un potente e spregiudicato produttore di strumenti di comunicazione e intrattenimento — appropriarsene, strumentalizzarlo e piegarlo ai propri fini, ben lontani da quelli per cui Mattia aveva lavorato.
Con questo romanzo incalzante e ben congegnato, Cardoni smaschera quanto di subdolo, falso, retorico e strumentale si nasconda dietro l’apparente “bontà” di un sistema come quello del volontariato, non immune da logiche di potere e di costruzione del consenso, spesso vittima di un bisogno di approvazione che passa attraverso i social e i canali deformanti di un’informazione raramente limpida o oggettiva.
Se quella di Cardoni è stata una felice sorpresa, tale da meritarsi il Premio Visintin, non sono mancate, tra i partecipanti, altre proposte di grande interesse. Come il romanzo di Elena Garbarino, Il ballo delle acciughe (Bottega Errante edizioni), incentrato sull’emigrazione genovese di fine Ottocento verso il Brasile, che riesce a cogliere, pur nella specificità del contesto storico, l’attualità e l’universalità di un fenomeno doloroso.
Segnalato e premiato con una menzione speciale anche il libro testimonianza di Alessandro Fantin, Dio mi deve chiedere perdono (Ediciclo editore), in cui lo scrittore ripercorre la tragica vicenda del nonno, Luciano Battiston, oggi ultracentenario, sopravvissuto ai lager nazisti. Il racconto colpisce non solo per la descrizione delle atrocità subite e per l’incredulità — ottusa e colpevole — che ha accompagnato il suo ritorno, ma anche per ciò che resta indicibile: una parte di esperienza che il protagonista sceglie di non raccontare, ma che pesa profondamente sulla coscienza del lettore.
Una testimonianza che richiama, ieri come oggi, il rischio sempre presente della disumanizzazione, primo passo verso l’eliminazione dell’altro.
